Recensioni / Topografie politiche

Assumere la topografia politica come una delle fondamentali chiavi interpretative della globalizzazione e della crisi dello Stato moderno consente il ripensamento e la riformulazione di categorie che per secoli hanno vincolato la definizione della cittadinanza e dell’identità politico-giuridica ai confini dello Stato-nazione. Il recente volume di Dario Gentili, Topografie politiche. Spazio urbano, cittadinanza, confini in Walter Benjamin e Jacques Derrida, offre uno scavo in profondità di tale prospettiva, non solo sottoponendo a una sapiente analisi filosofica la ricostruzione storica della topografia politica fino alla sua configurazione contemporanea, ma anche indicando una direzione di senso legata a uno specifico punto di vista: il “punto di vista del fuori, dello straniero e dell’esclusione”, che stabilisce una sostanziale continuità tra la riflessione dell’Autore e i principali referenti della sua opera, Walter Benjamin e Jacques Derrida.
Il progressivo venir meno della distinzione tra dentro e fuori i confini dello Stato-nazione impone al mondo globalizzato interrogativi fondamentali – «Che cosa resta dello straniero? Di chi viene da fuori? E del cittadino? Di chi è dentro? Chi è cittadino senza lo straniero che da fuori lo definisce? Chi ha effettivamente la potenza di definire la cittadinanza: lo straniero o il sovrano? E se la “potenza di definire” l’appartenenza all’interno provenisse da fuori?» Per fornire una possibile risposta a queste domande, occorre considerare e dar vita a una nuova concezione della spazialità. Si tratta di individuare uno spazio – lo spazio lasciato vuoto dalla progressiva “spettralizzazione” dell’autorità fondativa e delle figure da questa definite – e, al contempo, di far spazio, “creare” lo spazio che tanto la concezione derridiana della revenance quanto il destruktive Charakter benjaminiano, fino all’idea di creatio ex nihilo fornita da Jean-Luc Nancy, sembrano indicare all’orizzonte della post-sovranità. Tale spazio presenta il vantaggio della propria Zweideutigkeit (“ambiguità”, “ambivalenza”), ponendosi al di fuori delle categorie di esclusione/inclusione imposte dal confine per configurarlo come quella “soglia” che, per Derrida, «è quindi sempre un cominciamento, il cominciamento del dentro e il cominciamento del fuori» – la soglia su cui l’analisi di Gentili intende soffermarsi. A una spazialità che metta radicalmente in discussione l’identità di figure come il sovrano, il cittadino, lo straniero, corrisponde un soggetto alternativo a quello politico-giuridico tipico del Moderno, imposto dalla de-cisione del confine: chiunque. «Chiunque è il cittadino in assenza del sovrano, ma chiunque è anche il sovrano fuori dai confini della sua giurisdizione e chiunque è lo straniero dentro i confini del Paese che lo ospita. Tuttavia il chiunque presuppone ancora una topografia, in cui il fuori non rimanda a una dimensione ultra-terrena, bensì è situato in questo spazio, non al di là, ma appena fuori la porta: una condizione in cui, oggi, potrebbe trovarsi chiunque, in ogni momento».
Una realtà politica così configurata non può non avere rilevanti implicazioni giuridiche che, a partire dall’apporto di Benjamin e di Derrida, convergono nella necessità di tener ferma la distinzione tra diritto e giustizia, tra legalità e legittimità. L’analisi di Gentili spazia allora con coerenza dal confronto inevitabilmente critico con Carl Schmitt all’analisi benjaminiana e derridiana della Gewalt (sia “violenza” che “autorità legittima”), fino alle implicazioni messianiche di una concezione politica che Benjamin pone a confronto con quella artistica. È il caso del saggio su Kafka del 1934, con la sua problematica ricezione da parte di Gershom Scholem e Bertolt Brecht.