Recensioni / L'ignoto del XX secolo

Silvio D'Arzo, Andrea Colli, Oreste Nasi, Sandro Nedi: sono alcuni degli pseudonimi pensati o usati da Ezio Comparoni, morto di leucemia nella sua città, Reggio Emilia, nel 1952, a soli trentadue anni. Si era guadagnato da vivere facendo l'insegnante nelle scuole medie superiori. La sua opera più conosciuta è un racconto di una cinquantina di pagine dattiloscritte, Casa d'altri, che lui vide stampato (in rivista) soltanto in una prima versione, intitolata Io prete e la vecchia Zelinda. Quando il testo definitivo uscì su Botteghe oscure, il loro autore era già morto da alcuni mesi. In forma di libro aveva pubblicato nel 1942, presso Vallecchi, All'insegna del Buon Corsiero, uno dei suoi numerosi lavori dei vent'anni. Era stato precoce in tutto, Silvio D'Arzo (che ormai continueremo a chiamare così, anche se lui stesso lo considerava un nome «nello stile dei peggior D'Annunzio» o che perlomeno lo scimmiottava, nelle iniziali e con un apostrofo dall'ingenuo odore nobiliare), precoce negli studi (laureandosi in lettere a soli ventun anni) e nella scrittura (il suo primo libretto di racconti, Maschere, lo fece stampare a quindici anni).
Fu precoce, ma non perché presagisse la morte. Anzi, i suoi progetti erano di largo e lungo respiro, e non prevedevano affatto una così rapida chiusura maudite. Subito dopo la sua morte scrisse di lui Giannino Degani, uno dei suoi amici più cari: «Era nato povero. Mi diceva una volta ch'io non potevo immaginare che cosa voglia dire per uno scolaro dover pensare sempre ad ottenere l'ottimo dei voti, sotto la minaccia di non potere continuare a studiare. E poiché la sua fu vera povertà, la tenne dignitosamente nascosta, soffrendo di quel sentimento degli esclusi, che gli impedì di arrivare più rapidamente a quella forma d’arte quale la vedeva più chiaramente in questi ultimi tempi». Negli ultimi anni, nella sua mente, si stava formando un libro (di almeno 500 pagine) che, secondo lui, avrebbe fatto impallidire anche Casa d'altri. Doveva intitolarsi Nostro lunedì, e avrebbe dovuto portare un sottotitolo che affrontava una volta per tutte il problema del nome: di Ignoto del XX secolo. Non è neppure escluso che lo avrebbe firmato col suo vero nome, quel romanzo: tra le sue carte si è trovato un frontespizio disegnato da lui, e in fondo c'è anche una firma: «Compa».
Ma tutto questo, è bene segnalarlo subito, rientra in una mitologia darziana diffusa da tempo tra molti letterati, e ormai da due generazioni. E un mito molto particolare, quello di D'Arzo, che rende difficile parlare di lui. Al grande fermento del piccolo popolo dei darziani (che nel corso degli anni ha collezionato diversi inediti usciti con un certo disordine) corrisponde una sostanziale indifferenza da parte del pubblico dei lettori non specializzati. Eppure, se si legge con attenzione la rassegna stampa curata e raccolta dalla Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia (a cui si devono anche altre, preziose pubblicazioni darziane) ci si rende conto che la bibliografia critica su D'Arzo è notevole, per quantità e per qualità, e anche per il prestigio delle firme che vi appaiono. Gli articoli che la compongono mostrano uno strano andamento sinusoidale, in cui i punti più alti sono rappresentati dalle ristampe di Casa d'altri o dalle uscite di inediti, mentre la caduta seguente rappresenta l'eterno balletto della "scoperta" dell'autore marginale, provinciale e dimenticato (per giunta anche dal padre, che non lo riconobbe e restò sempre misterioso). Una miscela che con D'Arzo non ha molto a che fare, e che certamente gli ha nuociuto, presentandolo sempre con un'aura crepuscolare incompatibile con il suo stile. L'iniziativa di Passigli, che ripubblica con il titolo di Un ragazzo d'altri tempi una scelta meditata di scritti darziani, offre l'occasione di ripensare alcuni momenti fondanti di una complessa formazione letteraria. I due testi principali della raccolta sono racconti lunghi incompiuti: L'uomo che camminava per le strade (peraltro ripubblicato di recente anche in un'altra bella antologia darziana, proposta da Quodlibet) e Un ragazzo d'altri tempi. Segue il racconto breve Peccato originale, l'idea originaria del racconto eponimo, utilissimo per valutare l'enorme maturazione stilistica che D'Arzo manifestò nel giro di pochissimi anni. L'uomo che camminava per le strade e Peccato originale sono databili tra il 1940 e il 1942, gli anni di un altro romanzo (pubblicato postumo da Garzanti nel 1976): Essi pensano ad altro. In fondo al volume (dopo tre interessanti lettere di D'Arzo a Enrico Vallecchi e a Giulio Einaudi) sono stati inseriti i racconti (Maschere) che D'Arzo pubblicò adolescente presso l'editore Carabba di Lanciano. Un libro con una sua logica interna, quindi, indispensabile a chi non possiede l'edizione Vallecchi del 1960 curata da Rodolfo Macchioni Jodi, che raccoglieva quelli che allora si credeva fossero tutti i testi darziani.

La frenesia dei vent'anni
D"Arzo non era tenero con se stesso: nelle lettere appare spesso spietato, soprattutto con i suoi lavori giovanili. In una lettera del'45 a Vallecchi scrive: «Da cinque anni (io, infatti, allora ne avevo venti) ho scritto due, tre, cinque libri: alcuni ti ho pregato di bruciarli... ». La linea di demarcazione è naturalmente la guerra. Come soldato di leva D'Arzo la scampò per miracolo: catturato dai tedeschi a Bari (dove era in partenza per l'Egeo) riuscì a fuggire dalla tradotta che lo conduceva a un campo di concentramento in Germania. Un'avventura incredibile per un ragazzo che non aveva mai viaggiato, e che resterà impressa nella sua memoria di scrittore. Ma si noti bene non la bruciò testimoniandola a caldo, la immagazzinò per elaborarla lentamente. (La ritroveremo nelle ultime pagine che scrisse, quelle dedicate al grande progetto Nostro lunedì.) E infatti D’Arzo non si può dividere in due parti nette, quella del sognatore estetizzante e quella del neorealista, perché non fu né l'uno né l'altro. Sempre scrivendo a Vallecchi, nel '45, a proposito dei suoi nuovi lavori affermava senza troppi giri di parole: «Io non dico che siano cosa grande, non dirò nemmeno che sian belli: ma confrontati col Buon Corsiero! Lì, io ho cercato solo di divertirmi: sono andato a trovar fuori perline, vestiti, tricorni, e diavoli; ho cercato di essere signorile, e quasi lezioso: adesso invece mi sono accorto che tutti i secoli si equivalgono, e la profondità è data solo da noi, e non da duecento anni trascorsi. Vedrai tu pure, fra qualche settimana, la storia della solitudine, del bambino che dovrebbe nascere e non nasce, della gran lezione che dà a quelli che vivono e non se ne accorgono». Parlava di Un ragazzo d'altri tempi, un testo che lo avrebbe portato dritto per la strada di Casa d'altri. Delegare a D'Arzo stesso il giudizio sui suoi libri dei vent'anni è certamente pericoloso. Chi in quegli anni capiva qualcosa di talento letterario lo aveva già indovinato in lui sin dall'inizio. Anche se diversi editori (per esempio Aldo Garzanti) rifiutarono le sue prime prove, alcuni gli mandarono segnali di grande interesse (Giulio Einaudi, per esempio, anche se non stampò nulla di D'Arzo), e Enrico Vallecchi lo inserì (a ventidue anni) in quello che forse era il più prestigioso catalogo letterario del momento. Sempre negli anni Quaranta (prima quindi che si conoscesse Casa d'altri), fu stimato da uomini del livello di Emilio Cecchi (importante, e per certi versi commovente, anche il carteggio con lui), Roberto Longhi, Attilio Bertolucci. Già attorno ai vent'anni il bagaglio letterario di D'Arzo non era più limitato al D'Annunzio o al Bonsanti: l'incontro con la grande narrativa anglosassone lo aveva trasformato in uno scrittore dalla lingua e dalla struttura narrativa quasi straniere. Ma sia che ambientasse la sua storia nel Settecento inglese (All'insegna del Buon Corsiero) o in una centralissima strada universitaria della Bologna contemporanea (Essi pensano ad altro) la sua pagina restava ovattata e magmatica, la narrazione non aveva nessun centro che non fosse quello di ogni singola pagina. I. dialoghi erano sempre brillanti, i paragoni fantasiosi, visionari, magici (anche troppo), ma alla frammentazione scintillante in mille testimonianze di splendida scrittura non corrispondeva ancora un vero e proprio progetto poetico.


Dalla poetica del frammento alla narrazione
Essi pensano ad altro è un libro corale, fatto di molte solitudini, di mute disperazioni: gli eventi e i personaggi sono fuori del tempo, immersi in una vaga atmosfera poetica dove l'io di ognuno è quasi indistinguibile da quello degli altri. Ma non si tratta mai di materia fredda: nessun testo, neppure il più giovanile, può essere definito semplicemente virtuosistico. D'Arzo affrontò sempre temi che lo riguardavano da vicino. Si può anzi dire che le tante curiosità sulla sua vita privata si possono benissimo soddisfare leggendolo con un po' d'attenzione. Il dramma di vivere in quegli anni senza un padre identificabile, il rapporto con la madre, la povertà e l’orgoglio che lo spingevano avanti, la dolorosa percezione dell’altro: in fondo di cos'altro parlano i suoi racconti? Per esempio, in Essi pensano ad altro appare una lettera che trasmette la sensazione che D'Arzo conoscesse suo padre: «Perché il padre gli aveva già scritto qualche volta, ricordava Riccardo ... e sempre gli diceva caro figlio, gli diceva caro figlio e nient'altro ... Solo quell'odore di sale e di tabacco e quel viola cardinalizio della busta gli veniva a tratti, lungo le scale, assieme a quel caro figlio scritto in carattere massiccio, ostile, nerissimo come i titoli dei giornali di provincia>. E ancora: «... tanto che comincia[va] a sentire, sia pure dolcemente e solo a volte, una tristezza vasta e pungente da figlio illegittimo o da orfano». L'uomo che camminava per le strade rappresenta forse il tentativo più equilibrato di questo periodo: alla ridondante ricchezza espressiva corrisponde un nucleo tematico più stabile, e il personaggio principale (Carlo Stresa, giovane insegnante che si presenta al suo nuovo ginnasio) non si disperde in mille rivoli eterei, ma testimonia, sia pure in terza persona, una complessità più umana, fatta di pensieri grandi ma anche di considerazioni spicciole. «Da bambini ci si diverte con un pugno di sabbia fra le dita, ed anche con meno a volte: si è contenti anche solo d'essere al mondo: a trent'anni ci vuole l'automobile.» L'incontro con gli altri insegnanti, poi quelli,, più inquietanti nella sua pensione, il cieco, l'apparizione di Emma: la narrazione si fa fluente, si ammorbidisce, anche la sua naturale tendenza alla frammentazione appare più controllata. D'Arzo scrisse (e fece leggere) appena otto capitoli: di molti altri scrisse soltanto i titoli. L'ottavo capitolo lo pubblicò in rivista come racconto breve, col titolo di Una sera sul fiume. Almeno in clausola ii racconto contiene già il D'Arzo maturo: «Per ora egli vagava contento: di tutto, di sé, della notte ampia sulle case, delle sue tasche, in cui aveva affondato ora le mani. Le tasche. Era vero. Se ne accorgeva ora soltanto, sorpreso come di un dono sotto il piatto. Se non ci fossero le tasche, l'uomo si sentirebbe troppo solo».

Un laboratorio senza segreti
Frasi, suggestioni, titoli di capitoli, D'Arzo si guarderà spesso indietro nel suo lavoro successivo, recuperando e rielaborando liberamente.
Allo sguardo del filologo il suo lavoro, interrotto nel momento più importante della sua carriera, apparirà ricchissimo. Molti testi usciti postumi erano già stati superati da D'Arzo, che infatti li andava smembrando per recuperarne le parti ancora attive.
La tendenza alla coralità delle prove giovanili sarebbe tornata, trasformata, nel progettato Nostro lunedì. Che nella sua fantasia doveva coniugare il tratteggio essenziale raggiunto con Casa d'altri, alla storia di una generazione, la sua, che si era sempre rifiutato di considerare degna di essere raccontata. Scriverà nell'Introduzione a Nostro lunedì: «Tutti gli uomini tra i trenta e i quaranta non farebbero male a fermarsi un momento: poi guardarsi e guardare anche glialtri e scrivere un grosso romanzo col più gran numero di personaggi possibili».
Un ragazzo d'altri tempi (databile attorno al '45) rappresenta un importante momento di svolta, anche se qualche influsso (come quello di Alain-Fournier) è apparso ad alcuni troppo esplicito. Il padre del giovane protagonista è, come D'Arzo, innamorato di letteratura inglese, e ama i suoi stessi autori: Stevenson, Dickens, Swift... (Non è affatto marginale sottolineare l'accostamento padre/ lingua inglese, perché l'inglese fu la lingua che D'Arzo amò disperatamente, fino al punto di tentare di far uscire nei paesi anglosassoni alcune sue opere non ancora stampate in Italia.) Ma nonostante questo il padre diventerà quasi un nemico del bambino (Oliviero Peguy), che racconta in prima persona la sua terribile storia.
Oliviero vive in una villa, con i genitori e il fratello più piccolo. Fuori dalle mura del grande giardino gli uomini odiano suo padre e, di riflesso, l'intera famiglia, e loro si difendono leggendo L'isola del tesoro e David Copperfield. Una famiglia unita, quasi la perfezione. Ma a un certo punto Oliviero viene a sapere che nascerà un nuovo fratellino, e l'idillio si spezza. Il bambino annunciato, che già gli ruba l'affetto del padre prima ancora di nascere, menta tutto il suo odio. Addirittura prega Dio che non lo faccia nascere. (Non è in fondo la stessa paradossale istanza etica che rivolgerà al cielo la vecchia Zelinda di Casa d'altri?) E se proprio dovesse nascere prepara per lui un giocattolo micidiale, che sarà in grado di spezzargli le mani. La fotografia psichica di Oliviero e del padre è agghiacciante: la madre scompare definitivamente in camera da letto, e in un certo senso è il padre che porta in sé il nuovo bambino, il nemico. Ma il nemico non nascerà: ci sarà un aborto spontaneo, e il mondo interiore di Oliviero esploderà: «Ascolta, ascolta, ti supplico ... Io sono la colpa di tutto, sono io, io che non ti ho voluto, che ho pregato per notti e notti che tu non venissi... ». I debiti del racconto (anche dannunziani) sono però meno importanti di quanto si possa credere dal mio riassunto: il tono e la composizione del testo sono assolutamente originali. L'unico libro che si potrebbe accostargli uscirà nel 1951, ed è Il ragazzo morto e le comete, di Goffredo Parise.

I leones dell'inesprimibile
Il 1948 è per D'Arzo un anno importante. L'uscita (nell'Illustrazione Italiana, con lo pseudonimo di Sandro Nedi) di Io prete e la vecchia Zelinda, appoggiate dalla calorosa accoglienza di Emilio Cecchi, gli procura segnali di interessamento anche da parte di grandi riviste. Lavora molto, e non soltanto ai suoi racconti: cerca e trova diverse collaborazioni a riviste e quotidiani. Sogna di guadagnare abbastanza per poter scrivere quattro o cinque anni senza l'assillo del denaro. Finisce Penny Wìrton e sua madre, un bellissimo racconto troppo sottovalutato, forse perché esplicitamente destinato ai "ragazzi". Del racconto che proprio in quel periodo diventerà Casa d'altri scriverà nel 1954 Eugenio Montale (nel Corriere della Sera): «Il racconto lungo nei suoi migliori modelli ... è a mezza via tra la prosa poetica e il romanzo breve... Casa d'altri è, in questa direzione, un racconto perfetto. Si svolge in un nudo villaggio del nostro Appennino. Personaggi, un vecchio prete e una vecchia lavandaia, sola al mondo, distrutta dagli anni e dalla fatica. Lei vorrebbe uccidersi ma è religiosa e sente che le occorrerebbe una "dispensa eccezionale" dal prete, un'autorizzazione. Avreste scritto voi un racconto su un argomento simile? Io no, voi forse neppure ... Ottanta pagine a stampa, forse quaranta di dattiloscritto; una partecipazione vasta ma non oziosa del paesaggio, una calda solidarietà di tutte le cose create, la consapevolezza di esser giunti ai limiti di quelle colonne d'Ercole oltre le quali sono i leones dell'inesprimibile». Trarne le conseguenze logiche di queste considerazioni esemplari significa porre D'Arzo nella posizione di chi ha fatto qualcosa di più che scrivere un racconto "perfetto". D'Arzo rappresenta (con pochi altri autori) una strada originale e imprevista nella dicotomia di sempre della letterature italiana, che lui stesso descrisse bene in un articolo: i suoi colleghi gli apparivano quasi tutti oscillanti tra tra Cronaca e Arcadia. E quindi vero che D'Arzo è un'eccezione, ma è anche vero che la nostra letteratura recente si basa tutta sulle eccezioni. Il panorama non è mutato. Se da una parte ha continuato a riprodursi l'Arcadia, dall'altra, inevitabilmente, si preparava la Cronaca.
Un libro ancora da fare a questo punto è d'obbligo (ma forse anche questo fa parte del rito e degli andamenti sinusoidali che ho descritto) segnalare il solito, clamoroso vuoto editoriale. Con questo non si vuoi togliere nulla al lavoro già citato di Rodolfo Macchioni Jodi, né a quello più recente (anch'esso però difficilmente reperibile) di Anna Luce Lenzi, che tra l'altro ha ricostruito come un'archeologa i frammenti disponibili di Nostro lunedì. I tempi di un'edizione critica delle opere di D'Arzo sono più che maturi (anche se si mormora ancora di manoscritti in qualche misteriosa, darziana valigia!). Per il momento sarebbe opportuno che si ripubblicassero almeno i suoi brevi saggi, tutti stimolanti e attuali. Sono dedicati a Kipling, Henry James, Maupassant, Conrad, T.E. Lawrence, Hemingway... Autori che lui vedeva uniti da un tratto comune o, più precisamente, da un particolare sentimento della vita. Parlando di Maupassant scriveva: «Non coraggio, abbiamo detto, e non saggezza. Un sentimento virile della vita».


OPERE DISPONIBILI DI SILVIO D'ARZO
Essi pensano ad altro, Milano, Garzanti, 1976, pp. 158, Lit 24.000
Penny Wirton e sua madre, a cura di Rodolfo Macchioni Jodi, disegni di Alberto Manfredi, Torino, Einaudi, 1971, pp. VIII-120, Lit 12.000
Casa d'altri e altri racconti, Torino, EinaudÌ, 1981, pp. 97, Lit 10.000 (la ed. Sansoni, 1953)
Il pinguino senza frac e Tobby in prigione, Torino, Einaudi, 1983> pp. 118, Lit 20.000
Nostro lunedì di ignoto del XX secolo, a cura di Anna Luce Lenzi, Modena, Mucchi, 1986, pp. 153, Lit 20.000
Contea inglese: saggi e corrispondenza, a cura di Eraldo Affinati, Palermo, Sellerio, 1987, pp. 129, Lit. 15.000
All’insegna del buon corsiero, a cura di Frediano Sessi, Milano, Lombardi, 1988, pp. 164, Lit. 20.000 (1° ed. Vallecchi, 1942
L'uomo che camminava per le strade, Macerata, Quodlibet, 1993, pp. 190, Lit 22.000
Un ragazzo d'altri tempi, Firenze, Passigli, 1994,pp. 204, Lit 24.000
Le lettere di D'Arzo (a Emilio Cecchi, Enrico Vallecchi e altri) sono state pubblicate in-diversi volumi di Contributi dalla Biblioteca A. Paniui di Reggio Emilia, che custodisce anche i manoscritti darziani e rende disponibili i molti volumi ormai introvabili dedicati allo scrittore.

Libri recenti su Silvio D'Arzo
Paolo Lagazzi, Comparoni e l'altro, Reggio Emilia, Diabasis, 1992, pp. 136, Lit 22.000