Recensioni / Scrittori nel crollo di utopie

Piace davvero questo libro, La Repubblica delle Lettere di Antonio Tricomi, giovane ricercatore dell’Università di Macerata. Non è un libro solamente bello, è qualcosa di più: è un libro intelligente, brillante, di cose e di persone, di problemi e di istanze. Parla sì di letteratura, appassionatamente, ma ne parla con una voce etico-politica perfettamente vicina a chi è anche diverso per generazione e risente negli accenti di Tricomi l’eco di dibattiti costruttivi e di progetti di una militanza purtroppo appannata.
Il titolo si potrebbe ribaltare in significato tutto pensoso della storia di questo sessantennio repubblicano (il sottotitolo è «Generazioni, scrittori, società nell’Italia contemporanea», Quodlibet ed., pp. 544, euro 34). Tricomi lo dice in presentazione: il suo non è un lavoro di solita critica letteraria, erudito e filologico, è un lavoro sulle generazioni, sulle eredità e sulle contraddizioni di un’epoca che si è allungata dai nonni ai padri e ai figli, sperando che il futuro fosse migliore, che l’eterno fascismo italiano si disintegrasse, che le utopie potessero ogni tanto sostituire i troppi limiti di una realtà compromessa. Tricomi ne ha convocati parecchi di medici al capezzale della sua repubblica letteraria: dal plurisondato Pasolini a Sciascia, Calvino, Volponi, fino a Siti e Affinati, riconoscendo in essi i portatori sani di una malattia complessamente diagnosticabile. I numeri che emergono sono sempre ossessivamente gli stessi: 1948, 1968, 1977, 1978, 1989, 1994, 2001. Per quante analisi si facciano, per quanto incastrati e sovrapposti siano i percorsi, i nodi che vengono al pettine scattano a quelle date. Tricomi racconta e inquadra le scene tra due lunghe sequenze-madri, scambiando di posto l’epilogo con un non-prologo e fissandole alla pellicola di due film grondanti una sarcastica coscienza politica come Buongiorno, notte di Marco Bellocchio e Il divo di Paolo Sorrentino. Cinema e letteratura qui si danno il testimone, stringono la narrazione su destini e strategie dal risvolto tragico o grottesco.
Se il tempo dell’utopia non si è avverato, vuol dire che ci si può affidare pur sempre a quello della ricerca. Dal grande mattatoio che è la storia, dalla voragine nichilistica in cui si è tutti un po’ colpevolmente cascati, ci si tirerà fuori ancora una volta puntando sulla collaborazione, sulla consapevolezza di un destino comune, sul progetto di una rinnovata dimensione civile e culturale: la letteratura, a questo proposito, è ancora chiamata a svolgere un ruolo importante. La preoccupazione, d’altronde, va soprattutto ai più giovani di oggi (trentenni e ventenni), a cui è consegnato un mondo stravolto da vecchissimi mali e sedotto da mirabolanti tecnologie. Un guscio tutto da riempire, una casa tutta da riedificare, una fiducia che sembra bloccata da troppi cinismi e scetticismi. Una svolta epocale aspetta le nuove generazioni, ancora una volta bisogna re-immergersi nella realtà e ritrovare il filo rosso della vita. È un invito che ci sentiamo di condividere dopo il lungo e denso percorso offertoci dalle analisi e dalle riflessioni anche molto dure di Tricomi.