Recensioni / Parole misurate e irriverenti per far vivere la memoria del presente

Una delle costanti dell'opera di Ugo Cornia sembra essere quella di muoversi intorno a due poli: il ricordo e l'ipotesi. Come se la straordinaria capacità affubulatoria dello scritore modenese, per potersi innescare e dispiegarsi, avesse bisogno di partire da qualcosa che emerge dalla memoria o da un «cosa accadrebbe se...» portato poi fino alle sue più estreme conseguenze. Una narrativa, allora, che si fa storia e filosofia, ricordo e riflessione, memoria e approfondimento. E che è in grado di coniugare entrambi questi aspetti con una vis comica davvero irresistibile, grazie soprattutto all'uso sapiente di un linguaggio assolutamente personale, allo stesso tempo semplice e raffinato, popolare, nel suo modellarsi sul racconto orale, e letterario, nel ferreo controllo sintattico della frase e nell'uso, assolutamente naturale, delle più diverse figure retoriche.
Di Cornia, di recente, sono usciti due libri che sembrano incarnare perfettamente l'aspetto memorialistico e quello ipotetico. Si tratta di Autobiografia della mia infanzia e di Operette ipotetiche .
Nel primo, come d'altra parte suggerisce il titolo, l'autore ripercorre le tappe fondamentali della propria infanzia. Il racconto si apre con il ricordo dell'asilo, in via Ancona, e via via si parla della nascita della sorella, della morte del nonno, degli amici, della pesca, dei giochi in cortile, della scoperta delle donne nude, delle «attività parateppistiche», delle vacanze a Guzzano, un paesino sull'Appennino, e dei tanti avvenimenti che si susseguono nella vita di un bambino.
Emergono in maniera appassionata e coinvolgente i sentimenti, le riflessioni, i pensieri che si agitano nella mente di un bambino insieme alla narrazione di fatti e avvenimenti fondamentali nella sua formazione. Nel risvolto di copertina, Autobiografia della mia infanzia viene definito un libro per ragazzi, ma si tratta in realtà di una definizione riduttiva per un testo pienamente godibile da chiunque ami la narrativa di Cornia. Un testo che riesce ad individuare la natura più profonda del ricordo che si rivela duplice: «Ho qualche ricordo a fotografia, zac, un momento secco, (...) in mezzo invece a tutti gli altri ricordi fatti più a film, dove c'è anche una storiella dietro». Un libro che si chiude su di un avvenimento che assurge quasi ad un livello metaforico: l'attraversamento, di notte, nell'oscurità, di un bosco da parte di un gruppetto di ragazzi.
In Operette ipotetiche, invece, a far partire la pirotecnica narrazione è ogni volta un assunto diverso, spesso strampalato, ma esaminato fino alle sue più estreme conseguenze. Cosa succederebbe se si possedesse «un cubo d'oro massiccio di un metro di lato»? O se uno incontrasse al gabinetto il padre morto che gli parlasse dell'aldilà, sottolineando come lì i bagni fossero terribili? O ancora se una mucca, grazie ai progressi della chirurgia estetica, potesse diventare una donna?
E poi ci sono temi che ritornano, come le riflessioni sui miracoli o le straordinarie avventure di Giove e Mercurio sulla terra che finiscono, tra l'altro, con l'essere pestati dagli angeli poliziotti, inviati dal Dio monoteista.
Si affrontano, per di più, argomenti strettamente filosofici come, ad esempio, l'esistenza o meno degli oggetti percepiti, sempre però con quello sguardo allo stesso tempo lucidissimo e trasognato, intriso di un'ironia e una comicità graffiante, cifra inconfodibile di Ugo Cornia, il quale riesce ancora una volta a produrre un testo che, come giustamente recita il risvolto di copertina, è «tutto fatto di storie comiche e campate per aria, che però danno da pensare filosoficamente».