Recensioni / Seoul - La città nomade

Il paesaggio urbano di Seoul e delle sue città satellite è, dal punto di vista morfologico, una banalissima selva di grattacieli, esattamente come quello di centinaia di altre metropoli in Asia e nel resto del mondo. Tuttavia le analogie con New York, Shanghai, Dubai o Hong Kong finiscono qui, confinate alla pura forma: le modalità con cui i coreani abitano la città e le sue torri sono assolutamente singolari, non hanno quasi nulla in comune con le altre. Come recita il sottotitolo di un libro appena pubblicato da Quodlibet, Seoul Steel Life, a cura di Alberto Bologna, Michele Bonino e Marco Bruno, lo spazio urbano coreano è fatto di “case a catalogo e stanze a noleggio”. Una famiglia coreana non cerca un appartamento guardando gli annunci sui giornali o aggirandosi per le vie di un quartiere alla ricerca di un cartello «Vendesi». Non si rivolge neppure a un’agenzia immobiliare vera e propria: va invece dalla concessionaria di case, di una marca piuttosto che di un’altra (le più diffuse fanno capo ai grandi gruppi industriali che guidano l’economia coreana, come Samsung o Hyundai). “Proprio come se si trattasse di automobili – scrive Bonino – gli appartamenti possono essere acquistati presso enormi ‘concessionarie’, le cosiddette Model houses: vi si possono visitare e testare dal vivo gli appartamenti, riprodotti in scala 1:1. Fatta la scelta, il modello acquistato è consegnato in tempi brevissimi: ma tutto ciò, ovviamente, senza scelte di localizzazione, di piano, di esposizione al sole e alla luce.”
L’importanza che in qualsiasi altra parte del mondo si attribuisce alla posizione e alle altre caratteristiche della propria casa deriva dalla prospettiva lunga, dall’idea che in una casa di proprietà si vive per tutta la vita, e poi la si trasmette ai figli. In Corea invece l’intera popolazione urbana è impegnata in un moto perpetuo da un’abitazione all’altra, da un quartiere a un altro, in un circuito continuo di compravendite che asseconda, spiega Marco Bruno, il funzionamento del mercato immobiliare: “La rigenerazione continua dei luoghi dell’abitare ben si è adattata al meccanismo di demolizione e ricostruzione tuttora in atto nelle città coreane. Tale meccanismo ha generato un mercato che ha coinvolto l’intera popolazione, trasformando i residenti dei grandi centri in nomadi. Il principio fondamentale è che la casa non è un luogo dove vivere per un tempo indeterminato, ma uno strumento per scalare la piramide sociale.
Si compra una casa per venderla e nel frattempo ci si abita. Le giovani famiglie iniziano acquistando una casa in un’area appena sviluppata accendendo un mutuo. Si aspetta che i servizi si sviluppino facendo salire il prezzo dell’appartamento, nel contempo si cerca un’abitazione analoga in un’area in via di trasformazione, si vende e ci si trasferisce. A ogni trasloco si abbatte progressivamente il debito iniziale fino a raggiungere, dopo molti spostamenti, il profitto”. Gli Apart, spesso di dimensioni molto ridotte, diventano quindi luoghi privatissimi, non assolvono alle funzioni sociali che le case hanno altrove. Per incontrare amici, invitarli a cena, giocare a un videogioco o fare un karaoke si affitta una stanza – in coreano Bang. Il risultato è che gli abitanti-nomadi di questa civiltà ancora in espansione vagano tra palazzi completamente anonimi, ad eccezione del brand dipinto sulle facciate, e una serie di stanze altrettanto anonime, con o senza finestre, che popolano gli edifici commerciali dai sotterranei al tetto, senza avere la minima possibilità, nel bene e nel male, di comporre una comunità in senso proprio.
È questa assenza strutturale di vita comunitaria che ha indotto Kyong Park, architetto e intellettuale che ha fatto del nomadismo la cifra fondamentale della sua vita e del suo lavoro conducendo ricerche sui sistemi urbani e abitativi in Asia, Europa e Stati Uniti, a curare l’edizione 2010 di APAP (Anyang Public Art Project), un progetto di arte pubblica ad Anyang, città satellite di Seoul.
Fin dal titolo, “A New Community: In the Open City”, Kyong Park ha deciso di sfidare l’equilibrio soffocante tra la smania di espansione della società coreana e una sfera culturale piuttosto conservatrice. Gli eccellenti risultati delle precedenti edizioni di APAP, fondate sulla realizzazione di installazioni e opere nello spazio pubblico di Anyang – l’idea più classica e monumentale di arte pubblica – avevano di fatto contribuito ad accelerare la gentrification, moltiplicando il valore immobiliare delle aree che avevano migliorato e assecondando quindi l’inesorabile meccanismo di espulsione dei meno abbienti a opera del mercato. Il suo lavoro si è concentrato sul tentativo di contrastare culturalmente la logica aggressiva del real estate, dirigendo la ricerca degli artisti invitati sugli aspetti relazionali esistenti e su quelli potenziali di una popolazione continuamente sballottata da un luogo all’altro in nome degli interessi immobiliari. E se la maggior parte degli interventi si è attenuta al carattere processuale, immateriale, nomadico e partecipativo dell’idea curatoriale, anche le pochissime strutture costruite – di Raumlabor, LOT-EK e Mass Studies – sono rigorosamente luoghi di incontro aperti per gli abitanti: un etereo padiglione-cocoon, una “scuola” di container e una “casa” di legno in grado di ospitare una serie di attività pubbliche.
Come tutti i progetti effimeri, questo di Kyong Park non pretende certo di trovare soluzioni a problemi epocali e globali: l’obbiettivo è porre domande. In una città come Anyang, in cui il 25% della popolazione è in perenne trasloco, si potrà mai sostituire il ciclo di distruzione-ricostruzione, che trae profitto dal movimento geografico degli abitanti, con uno sviluppo qualitativo dei luoghi? Con la crisi si tornerà a costruire case popolari? Per quanto ancora i coreani saranno felici di incarnare la “Speed Nation”, senza avere neanche il tempo di riflettere sulla propria esistenza e, soprattutto, di inventare il futuro?