Recensioni / I giardini in movimento di Gilles Clément

Forse nessuno come Gilles Clément ha studiato gli spazi verdi che ci circondano in modo tanto approfondito e nello stesso tempo umile: paesaggista, ingegnere, agronomo, botanico ed entomologo, da oltre vent'anni si dedica ad un progetto che coinvolge il giardino della sua casa di campagna, dove sulla scorta di molti esperimenti ha avuto inizio un viaggio attraverso quello che Clément ama definire – nel quadro di una analisi che spesso mostra anche i limiti dei concetti tradizionali dell'ecologia – il giardino planetario. La Fondazione Florens, attiva dallo scorso anno con una serie di incontri multidisciplinari organizzati in vari luoghi di Firenze, continua il suo percorso di approfondimento, portando in città la lezione di una figura intellettuale originalissima e che fa proseliti in modo crescente: non è un caso che il Centre Pompidou recentemente abbia organizzato (ottobre-dicembre 2010) una serie di incontri e seminari dedicati a lui, coinvolgendo non solo paesaggisti, botanici e artisti, ma anche economisti e antropologi, per sottolineare la forza politica della sua visione del mondo.
In più di un'occasione infatti le idee di Clément si sono tradotte in azione e alcuni testi di Clément sono alla base delle obiezioni teoriche verso la politica ambientale dei governi Sarkozy. In Italia ad esempio la sua idea di Terzo paesaggio era stata abbracciata da Renato Soru che, quando era ancora presidente della Regione Sardegna, vincolò ed espropriò una parte di Cagliari già lottizzata e in possesso di tutti i permessi – l'area Tuvixeddu – per farne un parco progettato appunto da Clément.
A Firenze invece, Clément illustrerà minuziosamente diversi casi di interventi urbani per rendere trasparente cosa significhi dare corpo a un'idea paradossale come quella di «giardino in movimento», spazio in cui la natura non è assoggettata e soffocata dalle briglie di un progetto, di uno schema preconfezionato, e dove spesso è più prezioso sapere cosa non fare anziché intervenire e aggredire. Si apprenderà allora l'arte di agevolare, favorire, incoraggiare, e mentre «il gioco delle trasformazioni sconvolge costantemente il disegno del giardino», sia il giardiniere, inteso come il «guardiano dell'imprevedibile», sia il visitatore, potranno nutrirsi delle immancabili dosi di sorpresa che la natura riserva loro quando si esprime finalmente nella sua pienezza.
Ecco allora che non parrà strano leggere nel suo Manifesto del Terzo paesaggio (che come tutti i manifesti annuncia un'avanguardia non solo di linguaggio ma anche di comportamento) frasi come: «Elevare l'indecisione fino a conferirle dignità politica. Porla in equilibrio col potere. Considerare la non organizzazione come un principio vitale grazie al quale ogni organizzazione si lascia attraversare dai lampi della vita. Avvicinarsi alla diversità con stupore. Considerare la mescolanza planetaria-meccanica inerente ai terzo peggio come un motore dell'evoluzione. Presentare il Terzo paesaggio, frammento indeciso del Giardino planetario, non come un bene patrimoniale, ma come uno spazio comune del futuro. Elevare l'improduttività fino a conferirle dignità politica. Proteggere i siti toccati da credenze come un territorio indispensabile per l'errare dello spirito. Confrontare l'ipotesi con altre culture del pianeta, specialmente quelle culture i cui fondamenti poggiano su un legame di fusione tra l'uomo e la natura».
I concetti di Clément però non sono solo estremamente stimolanti e pronti per un ripensamento radicale delle politiche ambientali, ma anche fortissime metafore della vita umana. E' ovvio come le specie vegetali vagabonde siano affini ai migranti che in questi giorni sbarcano in Italia: entrambi i fenomeni sono difficili da controllare, da invertire, in una parola: da governare. Ecco allora che Clément sta lavorando a un progetto sul confine forse più noto e transitato illegalmente del mondo, quello fra Messico e Usa, tra San Diego e Tijuana, che oltre a reticolati e fili spinati è costellato di cartelli che avvertono sulla presenza di aliens verdi che non scendono però dai dischi volanti, bensì che attraversano il confine grazie al vento e modificano così i paesaggi tradizionalmente intesi: sono le specie vagabonde, i migranti vegetali – come del resto lo sono state le celebri palme californiane, arrivate dalla Spagna nella lontana colonia ben prima che arrivasse lo zio Sam. Per usare le parole stesse di Clément: «Le piante viaggiano. Le erbe, soprattutto. Si spostano in silenzio, come i venti. Non si può nulla contro il vento. Se si mietessero le nuvole, si sarebbe sorpresi di raccogliere sementi imprevedibili mescolate al loess, polveri fertili. Già nel cielo si disegnano paesaggi impensabili. L'evoluzione ne ha i suoi vantaggi, ma la società no. Il più umile progetto di gestione si scontra con il calendario della programmazione: ordinare, gerarchizzare, tassare, quando tutto può cambiare in un attimo. Come mantenere il paesaggio, quale griglia tecnocratica applicare alle intemperanze della natura, alla sua violenza? Il progetto di controllo totale trova degli alleati inattesi: i radicali dell'ecologia e i nostalgici. Niente deve cambiare, è in gioco il nostro passato; oppure, niente deve cambiare, è in gioco la biodiversità. Tutti contro il vagabondaggio!».