Recensioni / Come valorizzare l'idea di paesaggio

Gilles Clément, che tutti conosciamo almeno per le tesi sostenute nel Manifesto del Terzo paesaggio del 2005, riprende in questo nuovo libro, Il giardino in movimento (Quodlibet, pp. 320, €28), le sue tesi intorno all’insegnamento che ci proviene dal «non coltivato», né giardino, né spazio agricolo, sovente solo residuo, ed il suo insegnamento intorno alla forza della «natura naturale», come fondamento dell’idea che solo «i limiti della vita, la biosfera, questo è il recinto del giardino», cioè il fondamento di quello che egli definisce «il giardino planetario», secondo una espressione non solo poeticamente suggestiva ma come fondamento di una nuova ecologia planetaria, di una natura «che non termina mai nulla», perché è in grado di rinnovarsi continuamente.
Invece, egli aggiunge, «le costruzioni dell’uomo, appena terminate, entrano in un processo di degrado irreversibile: un’opera quando è compiuta è già morta». E qui, caro Clément, non siamo proprio più d’accordo: anzitutto perché l’opera (anche se non è opera d’arte che è per sua «natura» metafora di eternità) comincia a vivere proprio attraverso al suo uso, ed all’utilizzazione degli spazi pubblici o privati tra le cose, anche ornati da quello che Clément definisce la natura «ordinata» cioè niente affatto naturale.
Nella cultura europea, dopo che la natura è stata per l’antichità modello di perfezione da imitare, ormai da cinque secoli, la relazione tra costruito e natura ha assunto un significato del tutto particolare e sovente assai diverso che in altre culture del mondo, un significato assai più dialettico che di appartenenza; e il suo modo di evolversi si chiama storia.
Si tratta di un’eredità che permane e si diffonde nel bene e nel male sia pure con altri significati come nuova forma che accompagna lo sviluppo ma anche la colonizzazione e autocolonizzazione nell’attuale cultura (o anticultura?) della globalizzazione del capitalismo finanziario dei nostri anni e persino in quella della possibile catastrofe ambientale dell’intero pianeta.
Quest’atteggiamento dialettico, di confronto assai più che di fusione, produce una serie di suoi sinonimi come quelli di territorio, di ambiente, di ecosistema, di paesaggio, come forme di intermediazioni che ne permettono, pur senza alcun sentimento di fusione, forse una nuova, diversa operabilità in architettura. Proprio l’idea di «paesaggio», con cui gli architetti tentano talvolta di coniugare natura e costruito, non coincidendo solo con quella di «paesaggio di natura» ne permette l’operabilità progettuale, Essa si è sviluppata, in discussione con antropogeografi, sociologi, filosofi e uomini di scienze naturali, anche come strumento per l’organizzazione dei nostri insediamenti. Queste possibilità, bisogna ammetterlo, sono però raramente messe in atto dalla cultura delle bizzarrie estetico-mercantili dei nostri più mediaticamente noti architetti, e quindi una meditazione sull’idea di natura proprio a partire dal punto di vista di Clément sarebbe oggi certamente necessaria.
Natura si può dire è il mondo vivente vegetale ed animale con le sue capacità di crescita e ricrescita, il clima con le sue variazioni e il mondo minerale con la propria storia geologica, contrapposta ad esso ma fondamento di tutte le risorse. Natura deve essere riguardata anche come mondo in cui viviamo, scenario delle nostre azioni, dai paesaggi quotidiani sino all’universo, con l’immagine che ci facciamo di esso, la sua conoscenza fisica e quella scientifica della sua dimensione grande o piccolissima; anche quello che non percepiamo del suo sistema in eterna trasformazione e del mistero della sua origine come Clément suggerisce. Natura è anche il carattere specifico di una cosa o di una persona, delle motivazioni del suo agire, della sua stessa identità. E da questo punto di vista non vi è niente di più «naturale» della costituzione volontaria di un’opera d’arte proprio in quanto nuova cosa costruita con i materiali offerti dalla natura.
Tutto questo non esclude ma esige la messa in opera di tutte le riflessioni necessarie ad un ascolto dei modi di essere incessanti che la natura ci offre e che forse molto sovente proprio una dialettica ridotta allo stato strumentale non ci consente di ascoltare e che invece il messaggio di Clément ci offre come possibilità altra.
Per comprendere a fondo il contenuto non poetico del testo di Clément non si deve alla fine dimenticare il testo dell’appendice firmato da Alain Roger (purtroppo solo parziale) che costituisce una riflessione indispensabile per un giudizio critico su senso e contraddizioni del testo di Clément. Anzi forse è assolutamente necessario leggerlo per primo.