Recensioni / Un esercizio di autoinganno e reazionario

Un «terreno extramurale di sperimenti formali e, nel contempo, di assimilazione del diverso». Ecco ciò che è stato, secondo Franco Fortini, l'esercizio traduttorio per molti poeti non solo italiani. Ma certo, in Italia i poeti che hanno tradotto sono, almeno da un secolo, molti più che altrove. Fortini compreso. Il quale nel 1989 ha tenuto a Napoli un ciclo di conferenze sull'argomento che ora vengono pubblicate da Quodlibet. Il poeta dell'Ospite ingrato - nonché a sua volta traduttore di Flaubert, Eluard, Döblin, Gide, Brecht, Proust, Goethe, Queneau, Kafka - si avvicina al problema della traduzione con una notevole complessità di argomentazioni e di suggestioni che tiene insieme aspetti teorici, critico-letterari, linguistici, stilistici, storico-culturali e persino socioeconomici. È un Fortini doc, intenso e contraddittorio, capace di dar conto anche della propria biografia intellettuale. In effetti, nell'atto della traduzione (si parla per lo più di traduzione poetica) confluiscono, secondo Fortini, fenomeni diversi: non solo l' eventuale affinità con il testo di partenza (eventuale, perché va considerato anche l'imperativo della necessità economica) o un' intenzionale presa di distanza, ma la dialettica con il poetare in proprio, le esigenze editoriali, l'influsso delle forme e dei generi vigenti nell'epoca del traduttore, la capacità di riflessione metaletteraria di chi traduce, il quale in prima istanza deve farsi critico per decostruire il testo di partenza. Già dalla fine degli anni Quaranta, come avverte la curatrice, Fortini si era occupato di traduzione letteraria, ma è con le Lezioni che mette a frutto, sul piano teorico, la sua lunga esperienza, prendendo in esame i risultati di tanta attività traduttoria contemporanea spesso esercitata dai suoi coetanei: non mancano infatti letture di Luzi, Sereni, Solmi, Caproni, Giudici, le cui versioni vengono osservate alla luce delle singole esperienze poetiche in proprio e sul fondo della cultura del loro tempo. Nel tenere ben distinta la traduzione «di servizio» (una specie di parafrasi dell'opera di partenza o di annotazione in calce) dalla traduzione d'autore, Fortini rifiuta, per quest'ultima, la prassi del confronto dei risultati raggiunti su uno stesso testo come si trattasse di «una sorta di distribuzione di premi e di punizioni» che consideri l'opera del traduttore come «una prestazione atletica». Le traduzioni di poesia in poesia sono, a suo parere, opere in sé compiute e autonome che non sopportano più la presenza di un originale a fronte. Per la verità, Fortini, nell'avvalorare questo tipo di trasposizione «creativa» come uso invalso nella sua generazione, se ne ritrae considerandola frutto di «falsa coscienza» o di «autoinganno» in cui lui stesso era caduto in passato: «Almeno - aggiunge - la traduzione didascalica o di servizio (proprio perché spesso commissionata e, al limite, "voce" merceologica del mercato della cultura) non si pone come maschera della libertà». Interessante il capitolo in cui Fortini valuta le varie forme di compensazione necessarie per rimediare a quel che fatalmente si perde nel corpo a corpo con l'originale (specie quando si rinuncia alla metrica di partenza): i modi vari per fare di necessità virtù (lo stesso Picasso diceva: «Quando non ho del rosso metto del blu»). Ma è curioso che mentre viviseziona i vari Caproni e Luzi su Apollinaire, Giudici su Coleridge e su Puskin, Orelli su Goethe, Fortini concluda le sue Lezioni con un invito perentorio: «Soprattutto non troppo genio», come a scoraggiare ogni slancio creativo. Del resto, la traduzione per Fortini, essendo l'arte della mediazione culturale e quindi la conferma di uno status quo, «è sempre conservatrice e qualche volta reazionaria». La produzione di traduzioni poetiche di più alta qualità e libertà - precisa - coincide storicamente con i periodi di maggior oppressione e conservazione ideologica, mentre le traduzioni di servizio prevalgono in fasi più democratiche. Forse, dunque, quel suo «non troppo genio» più che un invito era un auspicio.