Stefano Catucci, Oltre l’emergenza

Oltre l’emergenza
di Stefano Catucci

Nei giorni dell’isolamento e del contagio è importante guardare al futuro e inevitabile chiedersi cosa succederà dopo, una volta superata l’emergenza e revocato lo stato d’eccezione in cui viviamo. I tempi di questa fase non sono ancora prevedibili, tanto più che paese per paese la diffusione del virus avviene in modo sfalsato, per cui la Cina può cominciare ad abbassare il livello di guardia mentre in Italia è al massimo, in altre nazioni europee o negli Stati Uniti il processo è ancora in una fase iniziale e non sappiamo ancora quando e come investirà l’Africa. Chiedersi cosa succederà dopo, allora, non è solo un esercizio di sopravvivenza, ma un modo per guardare meglio i mutamenti che potrebbero avere una durata più lunga dell’epidemia e che hanno accelerato fenomeni già sottotraccia, dei quali ancora non abbiamo una visione chiara. E poiché in una situazione di allarme sanitario la parola passa all’autorità medica, gli inviti ad abituarsi a nuove forme di socialità, ripetuti negli ultimi giorni dai virologi su ogni tipo di media, aprono verso una prospettiva di incertezza. A cosa si riferiscono esattamente? Parlano dell’epidemia in corso, nella quale abituarsi è un obbligo temporaneo stabilito dai decreti del governo, o guardano anche loro più avanti, immaginando un futuro nel quale la riduzione dei contatti personali verrà comunque pensata come una forma di profilassi preventiva? E cosa lascerà nelle persone questo periodo estremo, la voglia di tornare a che tutto sia come prima o una maggiore distanza, diffidenza nel rapporto con gli altri, nei comportamenti di ogni giorno o magari alla prima manifestazione di un comune raffreddore in un luogo affollato? Insieme al virus si propagano a ritmi vertiginosi anche il ricorso al commercio on-line e al telelavoro: quanto di tutto questo è destinato a essere riassorbito dalla vita ordinaria e quanto ne entrerà invece a far parte in modo stabile, modificando anche il rapporto con il lavoro? Avremo imparato a stare più a distanza, a proteggerci come non avevamo mai fatto prima, o ci lasceremo alle spalle tutto questo?
Raramente emergenze così radicali scompaiono lasciando le cose immutate. Per quanto si tratti di una situazione senza precedenti per diffusione mondiale, rapidità, copertura mediatica, si possono trovare nel passato esempi di come il passaggio di una guerra o di un contagio abbiano prodotto cambiamenti profondissimi nei sistemi della convivenza. Difficile pensare che ne saremo immuni questa volta. Ma mentre le domande si moltiplicano, una prima constatazione può riguardare il tema della mobilità, fino a oggi uno dei beni più ambiti dalla comunità globale, attualmente sottoposto a restrizioni radicali e domani chissà, forse non più così desiderato come lo è stato fino a poche settimane fa. Viaggiare, per turismo o per lavoro, muoversi tra una città e un’altra, cercare speranza fuori dal proprio paese, sono stati tra i maggiori fenomeni sociali dell’ultimo mezzo secolo. Limitazioni si erano già imposte, nei confronti dell’emigrazione innanzi tutto e nei confronti della libera circolazione verso territori che hanno iniziato a irrigidire la permeabilità dei loro confini. Se il nemico non viene però solo dall’esterno, via mare o via terra, ma arriva attraverso gli scambi finora accettati, come un viaggio aereo di una persona qualsiasi, c’è da chiedersi in quanti saranno interessati a muoversi e se la riduzione della mobilità non diventi il riflesso di una paura sottile, introiettata, quella per cui il rischio consiglierebbe piuttosto di non muoversi. Una riduzione a livello globale del turismo è immaginabile, per un tempo magari limitato ma imprevedibilmente lungo, così come lo è la rinuncia a gran parte delle attività che fino a ieri si compivano spostandosi, ma che ora paiono risolvibili con un collegamento in teleconferenza. Quanto ai flussi migratori, c’è da pensare che una volta colpita seriamente anche l’Africa si assisterà alla richiesta generalizzata di ulteriori restrizioni. Ne risentirà probabilmente il lavoro, procedendo verso nuove forme di isolamento e di depauperamento, ne sarà colpito il commercio al dettaglio, ma più dei singoli settori a suscitare interrogativi è l’intensificarsi delle pratiche disciplinari nel campo dei dispositivi biopolitici. I paragoni con Auschwitz, emersi in un più di un commento in questi giorni, sono apparsi fuori luogo, ma hanno almeno una ragion d’essere nel fatto che la Soluzione Finale ha rappresentato la punta estrema di quella fusione tra discipline e biopotere che oggi sembra riaffacciarsi non solo come un rimedio temporaneo, ma anche come una prospettiva di durata più ampia. La pianificazione nazista dello sterminio non è accostabile alla situazione attuale se non per la convergenza di questi due diversi modelli di potere, un processo nel quale la protezione della vita si congiunge anche con una decisione sulla morte e che potrebbe preludere, oggi, non allo scenario di una nuova eugenetica, ma a una diversa percezione della sacrificabilità di esistenze considerate marginali per ragioni di età, fragilità, marginalità. Finora il valore dato all’esistenza distingueva già livelli di sacrificabilità diversa, quelli che Judith Butler ha riunito sotto la formula della «dignità di lutto» e che ci fa vedere in modo diverso le vittime di un atto terroristico se questo avviene in Europa o nell’Africa centrale, o se a fare naufragio è una nave da crociera o un barcone di disperati nel Mediterraneo. Questa linea della diversa «dignità di lutto» rischia di spostarsi all’interno di paesi che finora avevano lavorato per la protezione generalizzata della vita, tanto che già ora sentiamo come rassicurante il fatto che solo una minima percentuale dei morti per l’infezione in corso non fosse affetta da altre patologie.
Guardare al domani, con tutta l’incertezza che comporta, è anche un modo per capire dove e come si potrà intervenire per scongiurare quel che sembra già scritto nelle tendenze dell’oggi. La fragilità del sistema in cui viviamo, già messo alla prova in precedenza con le sue emergenze sociali e climatiche, si coniuga alla resistenza espressa, in questi giorni, soprattutto a livello dei comportamenti individuali a una forma di solidarietà che si manifesta in minime e spontanee forme di contatto dalle case. Forse questa fragilità e questa resistenza possono diventare risorse per ridefinire priorità politiche, difendere la socievolezza e il contatto come aspetti fondamentali della vita civile, per invertire una linea tendenziale che oggi appare proiettata solo verso un irrigidimento del controllo e della distanza.