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Lengua đel lench. Il dialetto come materia della lingua
di Elenio Cicchini


Fame de lench, e mi te sarò foja,
unbrìa de istà, cussìn de òtun e stran
sora ‘l larin de invèrn…


Fammi di legno, e io ti sarò foglia,
ombra d’estate, cuscino d’autunno, e strame
sopra il focolare d’inverno…

1. Il quinto aforisma del codicillo di Pier Franco Uliana Ingens Sylva (Dario De Bastiani Editore, 2014) reca una citazione tratta dalla Scienza Nuova di Giambattista Vico del 1744: «L’ordine delle cose umane procedette: che prima furono le selve, dopo i tugurj, quindi i villaggi, appresso le città, finalmente l’Accademie» (I, LXV). È da questa Degnità vichiana che prende avvio l’avventura poetica di Uliana nel Cansiglio, il quale non rappresenta solamente l’altipiano prealpino di faggete, doline e lame cui si ascende da Mogliano e Vittorio Veneto (Treviso), luoghi cari al poeta, ma deve anch’esso configurare un qualche “ordine mentale” del linguaggio accanto a Selva e Accademie.
Ma che cos’è innanzitutto una selva? Che cosa un’accademia? E qual è il rapporto tra le due? Vico definisce «gran Selva della Terra» il luogo ove «divagano» i cosiddetti «Giganti», «semplicissimi» e «bestioni», i quali si spiegano e interloquiscono con un parlare per «cenni, atti e corpi» (I, LVII). Questa forma corporea di linguaggio rappresenta per Vico il «parlar naturale» o «primo parlare». Esso tuttavia non consiste, a ben vedere, in un mero gesticolare, ma tale far cenni contempla anche sempre un «cantare», comporta nella sua espressione un canto – i Giganti sono sì «mutoli», ma il loro tacere deve interpretarsi come silenzio della «lingua pistolare»: di quella lingua, ovvero, concepita come mezzo di comunicazione colmo di significanti astratti (I, LVIII-LIX).
In questa primissima fase o ordine delle cose umane, la lingua è «corpolentissima» e «mollissima» (I, LX), e le voci – monosillabiche e onomatopeiche – sono tratte dai sensi e dalle cose quotidianamente maneggiate. Ciò vale a dire che il parlante, nel suo primo stadio, sente le cose, le tocca col senso interno, senza ancora mai dire di esse; e che la sua lingua, di riflesso, non erige altro senso che non corrisponda al sentimento tratto da ogni singola situazione.
Decisivo è che in questo primo ordine delle cose umane il parlare coincida punto per punto con la poesia, e che ogni cosa o fenomeno naturale possa corrispondere, nel linguaggio, a un determinato «Carattere Poetico». L’uomo è ovvero, per il Vico, secondo natura già sempre poeta – già sempre nutrito di «sapienza poetica» –, e il suo criare di ogni cosa che lo attornia un’immagine poetica, prima che questa divenga astratta e scientifica, accosta il suo mondo a quello semplicissimo e giocondo dei criaturi, ovvero dell’infanzia («il Mondo fanciullo fu di nazioni poetiche», I, LII).
In relazione a tale gran Selva del Mondo fanciullo, le Accademie e i Licei degli «Addottrinati» segnano, tutt’all’inverso, la soglia attraverso cui la lingua, tramutando i generi fantastici e poetici in generi razionali e metafisici (ad es. il fulmine e la fiamma, inizialmente detti «Giove», divengono species del genus «fuoco»), diviene colma di «vocaboli astratti, di troppo assottigliata con l’arte dello scrivere, e quasi spiritualezzata con la pratica de’ numeri, che volgarmente sanno di conto» (II, Della Metafisica Poetica).
È la nascita dei «Gramatici», i quali, ritrovatasi la lingua oramai astrusa e astrattissima, hanno creduto, «per dar pace alla loro ignoranza», che gli uomini avessero in prim’ordine posto i significati dei vocaboli a placito, come se le parole dipendessero da un contratto, e che la poesia fosse sopraggiunta solo in un secondo momento (II, Corollarj d’intorno all’origini delle lingue).

2. Nella differenza tra i due ordini del Vico si inserisce, come una scure o manèra, il dettato poetico e filosofico di Uliana. I due ordini sono ben presenti alla mente del poeta di Fregona (Treviso), il quale chiama, nella sua lingua, il primo «Viẑa» e il secondo «Ciarèla»: la Selva e la Radura.
I due concetti, o meglio «caratteri poetici», si escludono così a vicenda, essendo la radura «lo spazio civile sottratto al selvaggio» (Il bosco e i varchi, p. 125), la «luce cartesiana» contro la «macchia» (Ingens Sylva, VIII), la claritas opposta alla charitas (ivi, CXXXI); o ancora l’esametro e il saturnio, il petrarchismo e il dantismo. La radura, infine, «induce alla riflessione, il bosco all’intuizione» (ivi, CXXV), così come in Vico la fantasia, facoltà primigenia delle «nazioni poetiche», si oppone al giudizio.
Riepilogando in questo modo il discorso vichiano, pare che il compito di Uliana sia consistito propriamente nell’invertire l’ordine delle cose umane in direzione di un possibile ritorno alla gran Selva. Il poeta può così esordire, nel verso che apre i tre poemi sul Cansiglio raccolti in Il bosco e i varchi (Dario De Bastiani Editore, 2015, p. 6):

solche la viza…
la sa mostrar i troi de la salveza


solo la selva…
sa mostrare sentieri di salvezza

Geroglifico di questa desiderata inversione non è – non può non essere – che il capovolgimento della stessa lingua accademica: «quando un accademico fa della stessa selva oggetto del proprio sapere, l’ordine allora si inverte, diviene comico, e in quanto tale ha nella radura il proprio lieto fine» (Ingens Sylva, VI). Se l’accademico può ovvero parlare della selva solamente in uno straparlar da la solagna (uno straparlare per l’insolazione) (Il Bosco e i Varchi, p. 121) – una lingua astratta, chiara e distinta –, il poeta che a essa fa ritorno deve allora affidarsi a una lingua colma di caratteri poetici e selvaggi, una lingua che, come quella dei Mutoli e Polifemi di Vico, contenga corpolentissimi cenni e voci tratte dallo stesso Cansiglio, o Canseja, materia di canto: una «Lengua đel lench» (lingua del legno) che, come fosse respiro di faggio, stagioni e alligni la voce.

3. Che cosa è in gioco, dunque, nella proposta di Uliana? Di che cosa è nome il Cansiglio-Canseja?
In questione è la stessa possibilità di ripensare nel contemporaneo la differenza vichiana tra parlare naturale fantastico/parlare grammaticale astratto attraverso le categorie linguistiche di «dialetto» e «lingua italiana». L’ipotesi tracciata da Uliana è, detto altrimenti, che il dialetto possa in ogni dove (e in gnessunlogo) costituire, in seno alla lingua dei grammatici, la soglia di accesso a quel primo parlare poetico connaturato agli esseri umani fin dalla nascita.
È d’altronde la stessa parlata del poeta a mostrarlo. Quando egli nomina la nostra, italianissima, rondine: «sbir», la rugiada (lat. rosidus): «guaz», la tramontana: «sboa», l’inganno: «fufigna», lo scientifico colchico (fiore): «sbroa»… egli mostra che la parlata del Cansiglio non si separa dai «cenni, atti e corpi» della cosa nominata, quasi fosse questa stessa cosa a dire: «sbir», «guaz», «sbroa». Nel dialetto – a dispetto della critica vichiana, è stato proprio il padre degli Accademici Platone a chiamare nel Simposio «dialektós» la lingua più alta, quella intermedia tra dèi e uomini (203a) – è riposta ovvero la memoria antichissima della coincidenza tra il corpo della cosa e il corpo della voce, il soffio della faggeta e il flatus vocis del poeta:

la lengua sielier no de le case
ma la salvarega, l’è usar na usela
che l’ingàsia le foje al fià, la feris
i lavri par far crésser l’àrbol de la parola…


scegliere la lingua non delle case
ma la selvatica, è usare un ago
che cuce le foglie al fiato, ferisce
le labbra per far crescere l’albero della parola… (Il Bosco e i Varchi, p. 18)

È il carattere poetico del «mòt» (Uliana traduce «gesto»), nel quale i «cenni, atti e corpi» del Vico, che definiscono il primo parlare, sono ridotti in un unico vocabolo. Esso designa il fantasma impresso dalle cose nella materia della lingua (Il Bosco e i Varchi, pp. 58, 63), ove la materia assume qui il senso primordiale di «legno», più precisamente «alburno», cioè quella parte dell’albero produttrice di germogli (Columella, De re rustica, 5, 11, 4).
Invertire l’ordine della lingua a mezzo del dialetto è una costante del dettato di Uliana. Così ad esempio, nel modo stesso in cui Vico rinviene l’origine dell’astratta parola «lex» nel «contadinesco» «raccolta di ghiande» – che soltanto più tardi, per traslato, divenne «raccolta di cittadini» (I, LXV); o ancora la metafisica «sostanza» nel «rozzissimo» «tallone» (su cui «l’uomo sussiste») (II, Della fisica poetica d’intorno all’uomo), dovendo cioè quei vocaboli non significare anzitutto concetti, ma connotare caratteri poetici, parimenti Uliana si serve della voce «viẑa», per designare a un tempo la legge (dal longobardo wiffa), la voce, la selva e l’omofona «vita»: «Cansèi, me viẑa, me voẑe, me vita: Cansiglio, mia selva, mia voce, mia vita» (Il Bosco e i Varchi, p. 22).

# Columella distingue nel suo De re rustica tra materia e corteccia (arbor inter corticem et materiem) (5, 11, 4): la materia (detta anche «alburno» per via del suo colore biancastro) è la parte viva dell’albero, ove scorre la linfa, mentre la corteccia è la parte esterna, e morta, dell’albero. Nello stesso senso, Plinio opporrà materia a lignum (16, 206) (Cfr. A. Ernout & A. Meillet, Dictionnaire étymologique de la langue latine, Paris 1959 [1932], p. 390).
Inizialmente tutto il legno dell’albero è materia, ma con la crescita la parte interna e quella esterna tendono a lignificarsi, quasi che la materia si trovasse costantemente tra due cortecce.
È questo senso, realmente boscareccio, di materia che agisce, in latenza, nel filosofico, ove ha finito per tradurre il greco hyle, ovvero la causa e il sostrato di ogni forma. La forma di ogni corpo – potremmo allora, con Uliana, invertire il senso – è versata in un lench. Ogni potenza è primariamente un alburno. Così come ogni lingua sembra essere costituita da una parte viva (il «primo parlare» del Vico, o il dialetto) e una parte morta (la «lingua pistolare» e «grammaticale»).

4. E tuttavia, poiché il capovolgimento dell’ordine delle lingue umane non può lasciare intatti gli oggetti, cioè l’accademico che rinselva non può imbestialire del tutto, dimenticando la propria civilissima frequentazione di accademie, il compito di Uliana sembra non potersi esaurire nel ritrovamento di una voce dall’alburno della gran Selva. Detta voze salvarega deve anzi registrare, e mostrare, come incisioni sulla corteccia, la segnatura delle Accademie: sono i particolari grafemi, le paretimologie e le imprese latine cui Uliana copiosamente ricorre nei suoi poemi, per trascrivere, e meditare, ciò che secondo natura dovrebbe, secondo il Vico, essere quasi segreto, al più “geroglifico”.
Ritornare alla Selva come a un Eden illeso significherebbe, d’altronde, giustificare la sua origine presupposta e negata dagli Accademici, legittimare il loro moderno reliquiario; scambiare il parlare dei Ciclopi per le voci enciclopediche. «Si ritorna alla selva – suggerisce allora il poeta – in maniera diversa» (Ingens Sylva, V). Vi si fa ora ritorno, ovvero, neutralizzando, o meglio «confondendo», l’opposizione tra selva e accademia, bosco e radura, «troi de Mazariòl» (sentiero che resta nella selva) e «troi de la ciarèla» (sentiero che varca la selva per la radura).
Può dirsi poeta, nella nostra situazione odierna, colui che è in grado di rendere la stessa selva accademia e la stessa accademia selva: «solche da la confusion / dei confin se pol inparar: solo dalla confusione / dei confini si può apprendere» (Il Bosco e i Varchi, p. 101). E se alla coppia italiano/dialetto si sovrappone oggi quella inglese/italiano, realmente contemporaneo è allora quel poeta che rediga a Oxford un libro nella parlata di Fregona, e che a Fregona ragioni dell’utile e del disagevole della sua traduzione in inglese.

5. Il carattere poetico fondamentale dell’avventura di Uliana non è pertanto la selva, né la radura, ma il loro “limitare”: l’orif o l’orivo: «Nò in cao a la viẑa ma đe lònch l’orivo / me ère pèrs: Non in fondo alla selva, ma lungo il limitare / mi ero smarrito» (Per una selva, p. 9). Esso rinviene nell’ultima silloge Per una selva (Dario De Bastiani Editore, 2018) il proprio luogo esemplare.
Ma in che cosa consiste, più precisamente, il limitare? Che cos’è un orif? La nostra ipotesi è che il limitare-orif designi un terzo ordine delle cose umane, ove la lingua lasci finalmente trasparire la stessa parlata dialettale che l’accademico aveva astratto – «spiritualezzato» diceva il Vico. «Per questo luogo – de lonch l’orif del bosch – non vi è smarrimento» (ivi, p. 21), tiene ancora una volta a precisare Uliana, marcando la differenza tra Cansiglio e Antinferno dantesco [dell’intelaiatura di caratteri danteschi nel testo di Uliana occorrerebbe a lungo parlare]. Così il poeta sembra quasi affidarsi al puro caso nella scelta del sentiero da intraprendere. A patto però di disapparire sul limitare tra lingua e dialetto. Il poeta dialettale, ovvero, coraggiosamente intrapresa l’inversione degli ordini e ritrovatosi nel Cansiglio quale loro confusione, ha infine da mostrare la traccia del suo contro-andamento. Nel luogo dell’orif ha da indicare che l’orif ha luogo.
Nella XII stanza si legge:

…anca nte la mòrt mea
no ve asse che ’n bus sorđo nte la viẑa
che ’l ciamaré ẑiel de lus e ciarèla


…anche morendo
non vi lascio che un buco sordo nella selva
che chiamerete cielo di luce o radura (ivi, p. 20).

Il poeta è nella selva (cioè nel dialetto, nel parlar cantando per cenni, atti e corpi), ma egli vi si ritrova, sorprendentemente, nelle vesti rimpicciolite di accademico (non ha che goffi grafemi e paretimologie). È sulle prime disorientato, gira a vuoto e a zonzo (a stroz), senza tuttavia riconoscere in quel trascinarsi il divagamento dei bestioni e Giganti che egli era un tempo. Decide, pertanto, di fermarsi e stare in ascolto. Sopraggiungono i bramiti della cerva e gli urlii dell’urogallo, i soffi del faggio e i brusii del frassino, il respiro delle nevi sul fonte Paradìse. Da quel rumore è contagiato, d’esso si permea, e in lui, gran fonte dei caratteri poetici, bagna la «lingua pistolare», l’italiano, che raggela. Ciò che di questa resta non sono che i grafemi e il verso, la piccola veste raggelata, dietro cui scorre la linfa della voce.
La ciarèla – perfetta designazione del tedesco e heideggeriano Lichtung –, ovvero letteralmente “chiarore”, è il riflesso del dialetto sulla superfice ghiacciata della lingua pistolare. Ove gli accademici, riappropriandosi del primo parlare, hanno lasciato «un buco sordo», il tonfo della loro toga, nel gran Cansiglio.
Come gli ordini del Vico, così anche il dialetto delle nonne, la «lengua maràntega» di Uliana, non è perduto una volta per sempre. Ma come la selva si specchia nelle gocce di rugiada, pizole ciarele (minime radure) (Il Bosco e i Varchi, p. 53), così il primo, agrammaticale e infinitamente modellabile parlare continua la propria silenziosa, confinata e limitrofa vita nell’italiano scilinguato delle madri e nell’inglese economico dei figli – una vita puramente potenziale, capace di animare ogni forma di lingua. È anzi quel buco sordo, come Uliana sembra proporci, il solo luogo realmente a venire del parlante («vers un tènp novo», Per una selva, p. 11); l’abito e abitato che ora, quasi di fretta, attende l’accademico: «Ci sono poeti che sono i nuovi giganti vichiani: entrano nell’accademia anche per fare ritorno alle selve dialettali per un altro inizio» (Ingens Sylva, CXVIII).